Se partire è un po’ morire, rinascere sarebbe arrivare?

18 Gen

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La partenza da El Calafate è di quelle intelligenti: 3 di notte (ma non avevamo scelta) con tappa intermedia a Rio Gallegos e conseguente cambio di bus alle 7am, giusto per non rilassarsi troppo.

La stazione che ci accoglie è scarna con viaggiatori addormentati,macchie di vino per terra e appena un chiosco/edicola aperto.
Paoligña indica timorosa un dormiente e gli scappa:”Non sarà un barbone?”
“Mi sa che i barboni siamo noi” replico con la palpebra traballante.

Sono le 9 del 13/1/13, mi ricordo del totocalcio e sono ottimista.

La discesa verso la Tierra del Fuego ha inizio, io è Zizza abbiamo 2 posti in prima fila al piano superiore di questo double-deck, affianco a noi si accomoda uno dei “Barboni” e dopo un ignaro ragazzetto biancorì.

Mentre mi faccio avvolgere dai cuffioni rossi per meglio gustare il paesaggio con un’adeguata colonna sonora, Zizza scrocca le conversazioni dei vicini.

I due hanno un retroterra diverso.
Mentre il primo è argentino, si è schiantato con la macchina ad una rotatoria di Rio Grande 20 giorni prima e ora pensa di recuperarla sperando sia ancora lì, il secondo è tedesco, figlio di un ingegnere della Grundig, iscritto ad Economia, indossa la felpa della Croce Rossa della Colombia.
Nell’arco del viaggio passano dai costumi sessuali locali alle tesi di economia internazionale con vedute distinte e per niente ironiche.
Io divento immediatamente Svizzero, mi faccio i cazzi miei e ascolto il Best dei Creedence Clearwater Revival.

Sono le 11 arriviamo alla frontiera con il Cile e già pregusto un nuovo timbro sul passaporto.
I controlli sono attenti e a quanto pare ne frutta, latticini e carne sono ammessi (ti appioppano 300$ per una mela).
Il bus è sul lato, ci passano davanti una marea di macchine e verso le 12 scendiamo per evitare trombi agli arti.
Il tempo va e passano le ore ma qui non c’è amore solo fastidio per un attesa estenuante e priva di informazioni.
Accarezziamo un cane per stemperare.
Finalmente dopo 2 ore e mezza entriamo nel paese di Pinochet e, se già il governo cileno non mi gustava, dopo questa bella attesa salvo solo Sepulveda.

La strada asfaltata diventa sterrata, “vabbé sarà giusto un tratto”dico…
Che tenerezza misto ignoranza, “Chico sono 250 km” sento da dietro.
Mi hanno freddato e immobile penso che c’è la posso fare.
I Creedence dopo un po mi mollano e non ci sono tanti gruppi che hanno le palle per questa strada.
Provo la Steve Miller Band ma dice che le vibrazioni gli rovinano gli strumenti…ripiego sui giovani e forti Black Keys e “Lonely Boy” entra in loop

Il paesaggio è maledettamente piallato dal vento,le jeep smanettano alzando le più classiche delle scie di polvere,i motociclisti passano con rispetto,i guanaco sembrano incuriositii.
Sono al cinema con gli occhiali da sole e questo film lo sto guardando solo io.

Se ogni cosa non solo è Illuminata ma anche limitata, la seconda che ho detto in questa carrera sembra non valere.
Non pensavo di soffrire l’autobus ma ore di strada bianca fanno miracoli per chi ha l’intestino pigro.
Finalmente si arriva allo stretto di Magellano e immagino che il mare raccolga il testimone del fastidio.
Decido quindi di stare insieme a Jò,a mò di Capitan Findus, sul ponte superiore incurante di spruzzi e vento frizzantino.
Il pomeriggio diventa sera ma la strada e la luce non cambiano , alla successiva frontiera per rientrare in Argentina (sono le 20) stremato compro una confezione di patatine giganti dal costo spropositato in un chiaro esempio di delirio, debolezza e dabbenaggine.

Intorno alle 23:30 c’è qualcosa di simile alla notte , qualcuno toglie le scarpe, qualcosa di illegale si diffonde nell’aria.
Chiudo gli occhi, provo a dormire, dai vetri appannati non si vede granché, penso al mio letto a quanto si senta solo e soffra.
Mi prometto di spedirgli una cartolina con le mie scuse sperando capisca.

Iniziano delle curve e ci dirigiamo verso una luce irreale, non riesco a capire l’ora dato che sono tutti in coma e l’orologio e nello zaino ma ormai non posso cedere.
Pagherò il prezzo di questa scelta perdendo o quasi la giornata successiva.
Le montagne si aprono mentre dei puntini luminosi si avvicinano.
Dirigo l’aria condizionata verso il vetro, tiro su la schiena e con il naso, ho capito.

È l’una e mezza.
Ultima fermata, Ushuaia, Fine del Mondo.

C’è ancora luce per noi.

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6 Risposte to “Se partire è un po’ morire, rinascere sarebbe arrivare?”

  1. Leti 18/01/2013 a 09:31 #

    Ciao Fede, che bello la mattina trovare la mail con una nuova “puntata” del viaggio! Al rientro mi aspetto una sessione di diapositive, eh! Saluti ai compagni di viaggio!
    Leti

    PS Mi piace come scrivi

    • DeFederiki 18/01/2013 a 23:39 #

      Eheheheh le diapositive croce e delizia degli amici curiosi e pazienti.
      Prometto una selezione che rientra in un pezzo musicale che più mi ha accompagnato.

      Ps
      Un po’ è merito anche vostro per questa divertissement digitale…non so se ricordate il viaggio in Francia in moto 😉

  2. paponzi 18/01/2013 a 10:22 #

    Fantastico!! Il racconto on the road è degno del miglior Kerouac (scusa la citazione ma tu ne hai fatte ad abundantiam)e rende bene l’idea del viaggio in sudamerica, tra notti insonni, barboni e pseudoavventurieri. Lo stretto di Magellano? Capo Horn? Questa colonna sonora, americaneggiante? Alla prossima puntata

    • DeFederiki 18/01/2013 a 23:37 #

      Addirittura? Ne devo masticare ancora polvere e km, son contento che almeno abbia reso un po’ l’idea di questa indimenticabile discesa.
      A presto.

  3. stefano 18/01/2013 a 11:20 #

    “Sono al cinema con gli occhiali da sole e questo film lo sto guardando solo io”.

    Mitico Federer

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