Il Capanno

1 Set

 

The Sentinel

C’è un tempo in cui quello che hai intorno e non conosci ti spaventa.
Rimani nel confine, ti obbligano a non allontanarti ed è giusto così.
Ti fidi di quello che ti dicono gli altri, i “grandi”, quelli che sanno le cose.
Poi capisci che tutto quello che dici non è sempre divertente, che anche loro hanno domande senza risposta e non c’è una strada sola.

A Porto Ferro esisteva un Capanno.
Quattro pali, un canneto, un tavolaccio di assi rubate chissà dove e una panca che guardava la baia.
Una casa per ragazzini cresciuti che non si danno appuntamenti ma si ritrovano quando il mare è rigato.

Lì intorno gli argomenti erano: come sono le onde, chi c’era in acqua, dove sono le onde migliori, come erano le onde prima che tu arrivassi.
Perché, non si sa come, ma prima son sempre meglio.
Un perenne sabato che diventa domenica non appena scendi dalla macchina.
Che poi magari aspetti che il mare migliori, il vento cali, la gente in acqua si stanchi.
E lì sei fottuto perché il più delle volte non cambia niente e ci rimani intorno al tavolo.

Allora ascolti le storie di quelli che sono andati in Marocco e son rimasti più del previsto, quelli che hanno in cantina più tavole hawaiane che bottiglie di vino, quelli che le onde le prendono, le fermano e poi le dipingono.
Quelli che, quando eri ancora con i tuoi amici buttato sui muretti, avevano già i visti sul passaporto.

Una giornata di piatta era spuntato addirittura un decalogo.
Queste leggi partorite dalla noia ed il caldo le avevamo incise sui pali.
Come dei regnanti, obbligavamo chiunque venisse a portare cibo, donne e quant’altro.
Non si sa bene in cambio di cosa, forse un assaggio di quello che per noi era il Paradiso.

Qualcuno d’estate li intorno ci viveva: tenda, tavola, muta, il cane e via.
Se il mare era calmo prendeva pesci, altrimenti onde.

“Se pensi di essere tra amici ti stai sbagliando” l’ho ancora impressa in testa.
Era una di quelle “leggi” che più amavamo declamare con i fighetti estivi.
Del resto la Baia era nostra in virtù dei giorni spesi e freddo preso.
Quando non c’erano i furgoni e perlopiù ti cambiavi e masticavi al vento.

Ancora adesso penso a quel Capanno.

A come abbia dato un senso ai giorni a volte piatti altre vorticosi.

A come sia riuscito a farmi allontanare stando fermo.

E come gli amori estivi, sia arrivato e poi finito.

 

mare 4

“Il Temerario” di Vincenzo Ganadu

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5 Risposte to “Il Capanno”

  1. Corrado 08/09/2013 a 07:35 #

    Bellissima Fede, hai risvegliato, ancora una volta, ricordi, sensazioni ed emozioni che l’aridità dell’ultimo periodo aveva soppresso,
    Grazie!!!
    Corrado

    • DeFederiki 08/09/2013 a 10:27 #

      Lusingato che la “vecchia guardia” si riconosca e apprezzi i miei amarcord 🙂

  2. Thomas 08/09/2016 a 13:44 #

    Hai fatto scendere una lacrimuccia a un anziano longborder … Un caro saluto Fede …

    Thomas

    • Defederiki 08/09/2016 a 14:53 #

      Mi fa davvero piacere che tu abbia apprezzato e in fondo, è acqua salata anche quella 🙂

Trackbacks/Pingbacks

  1. Il Capanno | TrippyScedda - 01/09/2013

    […] Il Capanno. […]

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