Giorni Selvatici

5 Feb

6-6-2006-075

 

Ho quasi finito “Il Libro”.

Credo che d’ora in poi il titolo sia  superfluo, quasi a banalizzare qualcosa che così prepotentemente ha tracciato una linea tra il prima e il dopo, almeno per la cultura dei Surfari.

Come un “Mercoledì da Leoni” ma fatto con una vita vera. Dove le parole, si sostituiscono alle immagini, sono ancora più potenti, e certe volte fanno posare il libro, per pensare.

Un’esistenza alla ricerca delle onde e di che cosa sei. In un’epoca dove la Surf-Exploration era all’inizio e il mondo nient’altro che un enorme “Point”. Tutto da scoprire.

Chi non l’avrebbe voluta vivere? Chi non avrebbe voluto scrivere:

“Le onde sono il campo da gioco.Il fine ultimo. Sono l’oggetto dei tuoi desideri e della tua profonda ammirazione. Allo stesso tempo anche il tuo avversario, la tua nemesi. L’onda è il rifugio, il tuo nascondiglio felice, ma anche un territorio selvaggio e ostile”

Infatti a volte il libro lo si chiude quasi con fastidio, per l’incredulità misto invidia nel sapere che William Finnegan ha battezzato posti che ora sono le destinazioni per migliaia di peones della tavola.

Nessuno pensa di esserlo. Neanche io.

Perché ci dice anche questo: non siete unici, io l’ho già fatto. Prima, meglio e dove tu, e  spostati da mezzo, probabilmente non arriverai mai. Una bella botta per un popolo di aspiranti maschi alpha.

Però, ora che ci penso, questa cosa l’ho provata e inseguita anche in altre situazioni. Parlo dell’armonia fra testa, corpo e spazio intorno.

Dimenticarsi del se, diventare azione e poi fermarla.

La finta dritta e cavazione con il fioretto, la sensazione del tiro in sospensione che entrerà a “ciuff”, il passante lungolinea a tutto braccio poco prima di scoccarlo, l’apice dello swing con il driver e la pallina che vola e curva dolcemente, il bottom con lo sguardo alto e la linea già tracciata sulla parete.

Te ne accorgi dopo che è successo.

Kurt Vonnegut ci raccomanda quanto sia importante fare caso a quando siamo felici. Mi sa che siamo da quelle parti.

Allora forse è per questo che ancora non l’ho terminato anche se ogni volta, prima di uscire, qualche pagina la butto giù, tipo incoraggiamento.

Non voglio sapere come finisce.

Voglio scoprire ancora onde, luoghi e persone che mi fanno fermare e pensare: si, sono felice.

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3 Risposte to “Giorni Selvatici”

  1. Fed 17/02/2017 a 01:42 #

    Il tuo post (bello) mi ricorda che dovrei scrivere anche io un post in merito a questo libro. Mi era stato regalato diverso tempo fa, evidentemente prima che la traduzione italiana fosse disponibile, perche’ solo dopo ho cominciato a trovare post dei connazionali in merito. Tutti post di gente in estasi, in preda a pippe mentali da olimpiadi. Mi fa felice leggere invece queste righe, da cui emerge conflitto. Perche’ a me questo libro piu’ che altro ha fatto incazzare per la supponenza dell’autore (pur bravissimo). Uno che prende a schiaffi il lettore appassionato, scrivendo frasi come “se non sai surfare prima dei 14 anni non imparerai mai”, senza mai -che io ricordi- riconoscere di essere una eccezzione e non la regola. Questo e’ il punto. Come andare a sentire un architetto famoso (dico a caso) e questo mentre spiega dice “vabbe’, ma tanto voi non ne capite un cazzo”. Bha. Dovrei rileggerlo prima di scriverne un post. Ma per adesso e’ in fondo alla fila.

  2. Fed 17/02/2017 a 02:02 #

    Mi spiego meglio. Non vorrei far pensare che il libro mi abbia offeso e questo sia il motivo della mia contrarieta’. Senza farla troppo lunga, ogni volta che leggo biografie di surfisti e shapers ( e ne ho lette), emerge continuamente una sorta di disgusto per il presente (era meglio prima) e i surfisti ricreativi che affollano l’oceano. Biografie scritta da fancazzisti morti di fame come Bob McTavish (per dirne uno, anche simpatico) che sono arrivati alla vecchiaia solo grazie alla presenza d gente disposta a comprare le loro tavole, su cui pero’ sputano allegramente.
    Ecco, mi sembra che specialmente il pubblico italiano viva di pippe mentali e una idealizzazione del mondo del surf che non esiste. E che molti abbiamo letto questo libro senza accorgersi di essere stati presi a schiaffi.

    • Defederiki 17/02/2017 a 09:13 #

      Ciao Fed, sono d’accordo con te.
      Infatti, anche parlandone con amici che l’hanno letto si percepisce questo fastidio legato sia alla spocchia che a questo approccio totalizzante per cui esisterebbe quasi solo una via di fare surf.
      Il tutto secondo me condito da quel “si stava meglio prima” che si ritrova in qualunque line up.
      Faccio però mi0 l’approccio di introspezione dell’autore per capire quindi cosa rappresenta per me il surf e cerco di “schivare” gli schiaffi che ci regala 🙂

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