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Ancora lì 

4 Lug

Ieri è stata una di quelle giornate.

Quelle per cui ancora mi organizzo dalla notte prima la sacca, la macchina e non rispondi al cellulare appena le vedi.

Barre con la liscezza, il sole e che ti tengono sotto il tanto da dirti chi te lo fa fare.

Quelle dove si parte alle “terze barchette” che semplicemente non esistono, e quando arrivi in spiaggia col sorriso sei pronto a rientrare.

Quelle dove ti dici che allora 4 chilometri e mezzo che sbracciavi in piscina alla settimana non servivano solo per rimettere quei pantaloni.

Quelle con le discese e le risalite, le urla di gioia dentro e le rocce silenziose fuori.

Quelle dove il caffè al baretto lo vuoi bere da solo perché ti senti ancora dentro il mare e le troppe chiacchiere ti distraggono dalla sinistra che stai surfando nella tua testa.

Quelle dove non potrai stampare le foto che hai scattato senza il telefono ma che ti faranno compagnia quando sei giù.

Quelle dove rimango da solo sul picco perché un fuori serie ha spazzato via tutti, così guardo l’acqua verde sotto e penso alla fortuna che ho.

Quelle dove rivedi i compagni di tante avventure acquatiche e sembra che il tempo non sia passato.

Quelle dove ti dispiace uscire dall’acqua e cerchi scuse per un altra ultima onda.

Quelle che quando sei tornato a casa in fondo, sei ancora lì.

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La Birretta

18 Giu

 

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“Adesso remate verso il largo, superate la camera e poi fermatevi all’altezza della roccia”.

Non capita spesso di ricevere “ordini” su dove andare quando sono sulla tavola, men che meno da un regista americano. Siamo una decina, due le ragazze, il resto è una selezione della usuale Lineup ma in teoria più fotogenica e disponibile a prestarsi ad un pomeriggio in quel di Porto.

Sono cordiali e molto professionali, walkie-talkie, pick up e telecamere che costano quando un appartamento intimoriscono anche il più navigato dei Locals, così alle 18 c’è il primo shot nella caletta piccola sulla punta nord, per gli amici Baratz.

Ci arrivo via terra e con me Gianfranco, Giacomo e le due ragazze: Flavia e Marta. Nella caletta per non sbagliare, spuntano i primi e fastidiosi Selfie in attesa di capire cosa fare. Poi via, il dito che indica e i nomi pronunciati con l’accento dello zio Sam, che dividono le prime linee dalle truppe.

Quattro “devono entrare” in acqua di gran corsa con la tavola sottobraccio. Gli altri di sfondo al largo in stile boe di segnalazione. Tutto questo per tre, quattro ciak così le battute, verso gli eletti, si fanno sempre più argute.

Per una volta le chiacchiere in acqua hanno un senso perché di onde manco l’ombra.

Magie del montaggio penso, e bravura nell’individuare le inquadrature giuste che fanno intuire senza mostrare.

David Holm viene da Seattle ha girato spot per la BMW, Nikon, Tesla , barba ma non troppa e se gli rivolgi la parola ti guarda in faccia e ascolta. In questa tre giorni nel Sandalo ha una bella sfida: nuovo smalto e coolness per la più amata e bevuta tra le bionde.

Sua maestà: l’Ichnusa.

Finito alla caletta si torna ad inizio baia. Il sole inizia ad abbassarsi e qui ci sono Steady-Splash-Nonsocosa-Cam che faranno andare questo tramonto lontano. Ma non ho voglia di togliermi la pelle di neoprene così non seguo il protocollo e torno via mare.

Mentre remo, sorrido e ho in testa “Kites” di Anis Khan. Mi godo il silenzio intorno e la spiaggia semiderta.

Maggio è uno dei mesi più belli per stare a Puerto. Del resto: “Poca gente, bella festa” diceva quello.

Adesso siamo sulla staccionata con le tavole e il sole alle spalle, dovrebbe essere un momento di cazzeggio. “Be Social” ci dicono. C’è chi fa le facce, chi non sa che faccia fare. Per non sbagliare sorrido da ebete.

“Comportatevi come al solito” provano a spiegare. “Meglio di no” replica Giovanni senza tutti i torti.

E ovviamente quando passa la Steady-Cam siamo leggiadri quanto un passo incrociato senza rotule su un longboard di marmo.

Manca il gran finale e per quello si va sul promontorio oltre la casa di Davide. Le ragazze e due ragazzi per gli sguardi sognanti verso l’infinito e oltre. Li vedo dal monitor sul carrello con la muta ancora addosso. “Questo sembra anche bono” scappa ad una della troupe, sorrido e minaccio di cantarmela. Ma penso ad Andy Warhol e in quarto d’ora mi passa.

Saranno tre, i secondi dedicati ai cavalieri delle onde, sui trenta d’ordinanza per il nuovo corso della Birretta di Assemini. Per me quasi venti, gli anni in cui gioco a scivolare sull’acqua, sugli oltre quaranta finora in dotazione.

Eccolo arriva anche il Tramonto.

A Chent’annos!

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Giorni Selvatici

5 Feb

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Ho quasi finito “Il Libro”.

Credo che d’ora in poi il titolo sia  superfluo, quasi a banalizzare qualcosa che così prepotentemente ha tracciato una linea tra il prima e il dopo, almeno per la cultura dei Surfari.

Come un “Mercoledì da Leoni” ma fatto con una vita vera. Dove le parole, si sostituiscono alle immagini, sono ancora più potenti, e certe volte fanno posare il libro, per pensare.

Un’esistenza alla ricerca delle onde e di che cosa sei. In un’epoca dove la Surf-Exploration era all’inizio e il mondo nient’altro che un enorme “Point”. Tutto da scoprire.

Chi non l’avrebbe voluta vivere? Chi non avrebbe voluto scrivere:

“Le onde sono il campo da gioco.Il fine ultimo. Sono l’oggetto dei tuoi desideri e della tua profonda ammirazione. Allo stesso tempo anche il tuo avversario, la tua nemesi. L’onda è il rifugio, il tuo nascondiglio felice, ma anche un territorio selvaggio e ostile”

Infatti a volte il libro lo si chiude quasi con fastidio, per l’incredulità misto invidia nel sapere che William Finnegan ha battezzato posti che ora sono le destinazioni per migliaia di peones della tavola.

Nessuno pensa di esserlo. Neanche io.

Perché ci dice anche questo: non siete unici, io l’ho già fatto. Prima, meglio e dove tu, e  spostati da mezzo, probabilmente non arriverai mai. Una bella botta per un popolo di aspiranti maschi alpha.

Però, ora che ci penso, questa cosa l’ho provata e inseguita anche in altre situazioni. Parlo dell’armonia fra testa, corpo e spazio intorno.

Dimenticarsi del se, diventare azione e poi fermarla.

La finta dritta e cavazione con il fioretto, la sensazione del tiro in sospensione che entrerà a “ciuff”, il passante lungolinea a tutto braccio poco prima di scoccarlo, l’apice dello swing con il driver e la pallina che vola e curva dolcemente, il bottom con lo sguardo alto e la linea già tracciata sulla parete.

Te ne accorgi dopo che è successo.

Kurt Vonnegut ci raccomanda quanto sia importante fare caso a quando siamo felici. Mi sa che siamo da quelle parti.

Allora forse è per questo che ancora non l’ho terminato anche se ogni volta, prima di uscire, qualche pagina la butto giù, tipo incoraggiamento.

Non voglio sapere come finisce.

Voglio scoprire ancora onde, luoghi e persone che mi fanno fermare e pensare: si, sono felice.

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Amici Mai

13 Lug

 

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Prima della Bandiera Blu.

Dell’impianto delle spine a ridosso del mare.

Delle torrette dei Bagnini con veranda.

Puerto, il nomignolo più usato dai surfisti, era già lì.

Questo mi rimbalzava in testa, mentre nuotavo verso Baratz con la musica nelle orecchie. Dieci anni dopo l’ultima “traversata-allenamento” della baia, la tecnologia regala questi sfizi. Quando passo alle secche con l’acqua di colore verde arriva poi Adele, “Skyfall“.

Mi immergo per toccare la sabbia e so che è un altro inizio, non la fine.

Arrivo alla Torre nord della baia ci sono pochi turisti e  un canotto giallo. Esco dall’acqua e inizio a correre piano  verso la postazione di salvataggio. Il passo è lento, più pesante, la bilancia purtroppo quando mi vede inizia a sudare. Lo sguardo, all’inizio basso per il dad-bod, lentamente inizia ad alzarsi.

Sono ancora qui.

Come gli altri del resto, quelli dei “Giorni Selvaggi“. Ce chi ha aperto la scuola di surf, chi a furia di inseguire l’estate ha un colore bronzeo che manco Bilba di Cadey, chi lavora in banca ma ha muta e tavola sempre in macchina. Chi grazie  alle onde è riuscito pure a dare lavoro agli altri.

Sono ancora tutti lì.

A parlare di mareggiate che devono “entrare”, ma questa volta alcuni tengono la mano alla figlia e non della turista pallida.

“Se pensi di essere tra Amici ti stai sbagliando”, uno dei dieci comandamenti del primo capanno sulle rocce, mi accompagna sulla salitella per la postazione. Era rivolto agli estranei.

Ma forse è vero anche per noi, con molti non saprei di cosa parlare escludendo lo scivolamento sull’acqua. E in effetti va bene così, un eterna estate che non conosce l’inverno delle preoccupazioni.

Salgo le scale, mi rimetto la maglietta rossa e il fischietto.

Certi luoghi fanno dei giri immensi e poi ritornano.

Biccio

Il Capanno

1 Set

 

The Sentinel

C’è un tempo in cui quello che hai intorno e non conosci ti spaventa.
Rimani nel confine, ti obbligano a non allontanarti ed è giusto così.
Ti fidi di quello che ti dicono gli altri, i “grandi”, quelli che sanno le cose.
Poi capisci che tutto quello che dici non è sempre divertente, che anche loro hanno domande senza risposta e non c’è una strada sola.

A Porto Ferro esisteva un Capanno.
Quattro pali, un canneto, un tavolaccio di assi rubate chissà dove e una panca che guardava la baia.
Una casa per ragazzini cresciuti che non si danno appuntamenti ma si ritrovano quando il mare è rigato.

Lì intorno gli argomenti erano: come sono le onde, chi c’era in acqua, dove sono le onde migliori, come erano le onde prima che tu arrivassi.
Perché, non si sa come, ma prima son sempre meglio.
Un perenne sabato che diventa domenica non appena scendi dalla macchina.
Che poi magari aspetti che il mare migliori, il vento cali, la gente in acqua si stanchi.
E lì sei fottuto perché il più delle volte non cambia niente e ci rimani intorno al tavolo.

Allora ascolti le storie di quelli che sono andati in Marocco e son rimasti più del previsto, quelli che hanno in cantina più tavole hawaiane che bottiglie di vino, quelli che le onde le prendono, le fermano e poi le dipingono.
Quelli che, quando eri ancora con i tuoi amici buttato sui muretti, avevano già i visti sul passaporto.

Una giornata di piatta era spuntato addirittura un decalogo.
Queste leggi partorite dalla noia ed il caldo le avevamo incise sui pali.
Come dei regnanti, obbligavamo chiunque venisse a portare cibo, donne e quant’altro.
Non si sa bene in cambio di cosa, forse un assaggio di quello che per noi era il Paradiso.

Qualcuno d’estate li intorno ci viveva: tenda, tavola, muta, il cane e via.
Se il mare era calmo prendeva pesci, altrimenti onde.

“Se pensi di essere tra amici ti stai sbagliando” l’ho ancora impressa in testa.
Era una di quelle “leggi” che più amavamo declamare con i fighetti estivi.
Del resto la Baia era nostra in virtù dei giorni spesi e freddo preso.
Quando non c’erano i furgoni e perlopiù ti cambiavi e masticavi al vento.

Ancora adesso penso a quel Capanno.

A come abbia dato un senso ai giorni a volte piatti altre vorticosi.

A come sia riuscito a farmi allontanare stando fermo.

E come gli amori estivi, sia arrivato e poi finito.

 

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“Il Temerario” di Vincenzo Ganadu

Il Terrazzo

10 Lug
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Se il primo bacio non si scorda mai, la prima planata ti accompagna più del Trilogy.

E non parlo del mettersi in piedi, quello arriva dopo i tanti bei “drittoni” sdraiato sulla tavola, quanto dell’essere presi a calci in culo e catapultati in avanti dal buon Nettuno.

La giornata in città era di quelle fresche e soleggiate, quelle dove stai con i gomiti fuori dal finestrino della macchina a rimirare gonne corte e magliette fine, quelle dove alzi gli occhi al cielo e se guardi bene le nuvole ti dicono che c’è ne, quelle dove dici balle a tutti e sparisci.Avevo appena comprato il Bodyboard con pinnette annesse, non facevo ancora parte della tribù dei “Longobardi” e non mi ero ancora mai buttato in condizioni di mare impegnative…lo so, nessuno è perfetto.

Porto Ferro frangeva oltre le “terze barchette” e, contando che i punti delle barche in secca sono due e non c’era nessuno tra i flutti, bastava respirare e fare una semplice addizione per non complicarsi la vita da solo.
Ma se le onde le hai viste solo nei film e uno dei bagnini rasta ti si avvicina e guardando sereno verso l’orizzonte butta un :”Vai tranquillo che ti diverti” ti senti autorizzato a buttarti in quel marasma totale.

Rai Uno, il primo canale di deflusso della baia all’epoca a me sconosciuto, mi accoglie e trascina.
Alla mia sinistra il costone roccioso scorreva veloce mentre continuavo a pinneggiare con faccia beota.
Mi trovavo circa all’altezza della punta sud della baia e non c’erano onde ma dei muri bianchi che ogni tanto rompevano su tutta la linea.
Tra un frangente e l’altro non si vedeva neanche la spiaggia e, a parte l’effetto toro meccanico, non era poi mica tanto divertente a dirla tutta.
Su di giri per tanta potenza misto solitudine decido quindi di avvicinarmi a quello che mi sembrava il picco.
Mentre mi avvicino le gambe indolenzite mandano chiari messaggi di resa, non ho molte cartucce da sparare.
Ne voglio prendere una, ovviamente la più grande e senza sapere neanche cosa farci una volta sopra.

E alla fine succede.

Spingo con le pinne verso quella che mi sembra la più grossa e parto.
Ancora ricordo il colore di quel terrazzo, scuro come quel mondo finora sconosciuto.
In questi casi poi il sonoro viene escluso.
La musica la metti dopo quando sei a casa, perché il frastuono che hai nelle orecchie lo azzeri automaticamente.

Quella cosa mi sputa direttamente in spiaggia proprio all’altezza del primordiale capanno del Salvataggio.
Mi metto in piedi sulla battigia, guardo il marasma e mi accorgo che il bagnino rasta mi viene incontro e dice: “Grande, hai preso un’onda da paura…”
Sorrido imbarazzato e penso: ”No amico, è Lei che ha preso me”.

Oggi so che non mi ha più mollato.

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