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La Bellezza

25 Ott

Colonna sonora consigliata 😉

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La Bellezza è negli occhi di chi guarda.

Un Onda non lo sa quanto può essere bella.

Se ne vede altre può averne un idea ma quando è al massimo del suo fulgore, finisce.

Allora c’è chi gira il mondo, fa le vacanze per lei , si trasferisce, o addirittura cambia vita, se non trova quelle che cerca.

Io mi accontento e semplicemente non capisco più niente quando la riconosco, ancora, dopo vent’anni, ”mi si chiude la vena” dice non a torto Gabriellone.

La Bellezza spesso è abbagliante.

Un rotolante specchio verde accarezzato dal vento che sbuffa nel silenzio, ti acceca.

Così, lentamente preparo la tavola, aspetto che il sole scaldi la giornata, ascolto un po’ di musica per distrarmi.

Ivan preferisce aspettare e si fa un giro che la giornata è lunga.

Rimango solo, con quel canto marino in sottofondo e il paesaggio lunare velato dagli spruzzi del Grecale.

Devo entrare, per forza, non posso andare via senza provarci.

Sono in una bolla di adrenalina e possibili rimpianti. Ho due tavole, la 9’ e la 7’6. Il buonsenso suggerirebbe la 7’6 ma quel sabato mattina non c’era, era rimasto a fare la colazione da Sechi con la crema bruciata.

Così con muta, calzari, leash e tavola sottobraccio, mi avvicino all’ingresso di quel parco giochi senza fila. Passo i frangenti indenne, vedo “l’occhio” e non sembra amichevole ma arrivo sul picco.

Guardo intorno, la corrente verso destra è forte, nel mentre sento che il calzare sinistro è largo. Decido di stringerlo al volo, oggi non si scherza, e scendo dalla tavola. La corrente l’ha subito spostata, mi giro per vedere se per caso arriva qualcosa. E infatti un fuoriserie, un Onda anomala mi punta.
Faccio in tempo ad andare sotto ma senza la tavola. Riemergo, la recupero, mi sdraio sopra e arriva la fitta: dolore misto incredulità.
Rotta. Senza manco prenderne una.

La Bellezza a volte fa male, penso.

La guardo bene ed è spezzata senza pietà, tenuta insieme solo dallo strato superiore.

Provo a remare, ma è sempre più instabile e la sua cicatrice sta diventando affilata, tento allora di dividerla in due. Impossibile.
Per uscire devo andare controcorrente e mi rendo conto che con Lei attaccata dietro ho una zavorra, adesso è diventata pericolosa.

La decisione è di quelle senza appello e atroce, devo staccarmi se voglio uscire in sicurezza.

Ho l’orologio al polso, ci metterò 25 minuti per arrivare sulla terra ferma. Il panico si affaccia ma lo ricaccio indietro sforzandomi di pensare una cosa alla volta. Appena tocco terra sgabbuzza il senso di colpa, la frustrazione, il darsi addosso.

Adesso dal promontorio la cerco in mare ed è lontana, va verso Porto Palmas direzione cimitero, sorrido a questa fine quasi romantica.

Guardo di nuovo il mare e il suo incessante fragore, sono scosso, ancora con la muta addosso.

Vedo la 7’6 e non so cosa fare.

Poi prendo l’unica decisione possibile.

Rientro.

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La Giostraia

22 Ago

Serio caschetto

Stesso rotante giorno

Spera nei papà 

Ancora lì 

4 Lug

Ieri è stata una di quelle giornate.

Quelle per cui ancora mi organizzo dalla notte prima la sacca, la macchina e non rispondi al cellulare appena le vedi.

Barre con la liscezza, il sole e che ti tengono sotto il tanto da dirti chi te lo fa fare.

Quelle dove si parte alle “terze barchette” che semplicemente non esistono, e quando arrivi in spiaggia col sorriso sei pronto a rientrare.

Quelle dove ti dici che allora 4 chilometri e mezzo che sbracciavi in piscina alla settimana non servivano solo per rimettere quei pantaloni.

Quelle con le discese e le risalite, le urla di gioia dentro e le rocce silenziose fuori.

Quelle dove il caffè al baretto lo vuoi bere da solo perché ti senti ancora dentro il mare e le troppe chiacchiere ti distraggono dalla sinistra che stai surfando nella tua testa.

Quelle dove non potrai stampare le foto che hai scattato senza il telefono ma che ti faranno compagnia quando sei giù.

Quelle dove rimango da solo sul picco perché un fuori serie ha spazzato via tutti, così guardo l’acqua verde sotto e penso alla fortuna che ho.

Quelle dove rivedi i compagni di tante avventure acquatiche e sembra che il tempo non sia passato.

Quelle dove ti dispiace uscire dall’acqua e cerchi scuse per un altra ultima onda.

Quelle che quando sei tornato a casa in fondo, sei ancora lì.

La Birretta

18 Giu

 

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“Adesso remate verso il largo, superate la camera e poi fermatevi all’altezza della roccia”.

Non capita spesso di ricevere “ordini” su dove andare quando sono sulla tavola, men che meno da un regista americano. Siamo una decina, due le ragazze, il resto è una selezione della usuale Lineup ma in teoria più fotogenica e disponibile a prestarsi ad un pomeriggio in quel di Porto.

Sono cordiali e molto professionali, walkie-talkie, pick up e telecamere che costano quando un appartamento intimoriscono anche il più navigato dei Locals, così alle 18 c’è il primo shot nella caletta piccola sulla punta nord, per gli amici Baratz.

Ci arrivo via terra e con me Gianfranco, Giacomo e le due ragazze: Flavia e Marta. Nella caletta per non sbagliare, spuntano i primi e fastidiosi Selfie in attesa di capire cosa fare. Poi via, il dito che indica e i nomi pronunciati con l’accento dello zio Sam, che dividono le prime linee dalle truppe.

Quattro “devono entrare” in acqua di gran corsa con la tavola sottobraccio. Gli altri di sfondo al largo in stile boe di segnalazione. Tutto questo per tre, quattro ciak così le battute, verso gli eletti, si fanno sempre più argute.

Per una volta le chiacchiere in acqua hanno un senso perché di onde manco l’ombra.

Magie del montaggio penso, e bravura nell’individuare le inquadrature giuste che fanno intuire senza mostrare.

David Holm viene da Seattle ha girato spot per la BMW, Nikon, Tesla , barba ma non troppa e se gli rivolgi la parola ti guarda in faccia e ascolta. In questa tre giorni nel Sandalo ha una bella sfida: nuovo smalto e coolness per la più amata e bevuta tra le bionde.

Sua maestà: l’Ichnusa.

Finito alla caletta si torna ad inizio baia. Il sole inizia ad abbassarsi e qui ci sono Steady-Splash-Nonsocosa-Cam che faranno andare questo tramonto lontano. Ma non ho voglia di togliermi la pelle di neoprene così non seguo il protocollo e torno via mare.

Mentre remo, sorrido e ho in testa “Kites” di Anis Khan. Mi godo il silenzio intorno e la spiaggia semiderta.

Maggio è uno dei mesi più belli per stare a Puerto. Del resto: “Poca gente, bella festa” diceva quello.

Adesso siamo sulla staccionata con le tavole e il sole alle spalle, dovrebbe essere un momento di cazzeggio. “Be Social” ci dicono. C’è chi fa le facce, chi non sa che faccia fare. Per non sbagliare sorrido da ebete.

“Comportatevi come al solito” provano a spiegare. “Meglio di no” replica Giovanni senza tutti i torti.

E ovviamente quando passa la Steady-Cam siamo leggiadri quanto un passo incrociato senza rotule su un longboard di marmo.

Manca il gran finale e per quello si va sul promontorio oltre la casa di Davide. Le ragazze e due ragazzi per gli sguardi sognanti verso l’infinito e oltre. Li vedo dal monitor sul carrello con la muta ancora addosso. “Questo sembra anche bono” scappa ad una della troupe, sorrido e minaccio di cantarmela. Ma penso ad Andy Warhol e in quarto d’ora mi passa.

Saranno tre, i secondi dedicati ai cavalieri delle onde, sui trenta d’ordinanza per il nuovo corso della Birretta di Assemini. Per me quasi venti, gli anni in cui gioco a scivolare sull’acqua, sugli oltre quaranta finora in dotazione.

Eccolo arriva anche il Tramonto.

A Chent’annos!

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Giorni Selvatici

5 Feb

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Ho quasi finito “Il Libro”.

Credo che d’ora in poi il titolo sia  superfluo, quasi a banalizzare qualcosa che così prepotentemente ha tracciato una linea tra il prima e il dopo, almeno per la cultura dei Surfari.

Come un “Mercoledì da Leoni” ma fatto con una vita vera. Dove le parole, si sostituiscono alle immagini, sono ancora più potenti, e certe volte fanno posare il libro, per pensare.

Un’esistenza alla ricerca delle onde e di che cosa sei. In un’epoca dove la Surf-Exploration era all’inizio e il mondo nient’altro che un enorme “Point”. Tutto da scoprire.

Chi non l’avrebbe voluta vivere? Chi non avrebbe voluto scrivere:

“Le onde sono il campo da gioco.Il fine ultimo. Sono l’oggetto dei tuoi desideri e della tua profonda ammirazione. Allo stesso tempo anche il tuo avversario, la tua nemesi. L’onda è il rifugio, il tuo nascondiglio felice, ma anche un territorio selvaggio e ostile”

Infatti a volte il libro lo si chiude quasi con fastidio, per l’incredulità misto invidia nel sapere che William Finnegan ha battezzato posti che ora sono le destinazioni per migliaia di peones della tavola.

Nessuno pensa di esserlo. Neanche io.

Perché ci dice anche questo: non siete unici, io l’ho già fatto. Prima, meglio e dove tu, e  spostati da mezzo, probabilmente non arriverai mai. Una bella botta per un popolo di aspiranti maschi alpha.

Però, ora che ci penso, questa cosa l’ho provata e inseguita anche in altre situazioni. Parlo dell’armonia fra testa, corpo e spazio intorno.

Dimenticarsi del se, diventare azione e poi fermarla.

La finta dritta e cavazione con il fioretto, la sensazione del tiro in sospensione che entrerà a “ciuff”, il passante lungolinea a tutto braccio poco prima di scoccarlo, l’apice dello swing con il driver e la pallina che vola e curva dolcemente, il bottom con lo sguardo alto e la linea già tracciata sulla parete.

Te ne accorgi dopo che è successo.

Kurt Vonnegut ci raccomanda quanto sia importante fare caso a quando siamo felici. Mi sa che siamo da quelle parti.

Allora forse è per questo che ancora non l’ho terminato anche se ogni volta, prima di uscire, qualche pagina la butto giù, tipo incoraggiamento.

Non voglio sapere come finisce.

Voglio scoprire ancora onde, luoghi e persone che mi fanno fermare e pensare: si, sono felice.

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Padrini

16 Nov

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“Prepara i panini bastardo, tra dieci minuti ti voglio vedere giù.”

Il messaggino arriva puntuale prima della colazione, non ho niente in frigo e per il market sono ancora in pigiama. Inizio le procedure di controllo sacca e penso che delle paste andranno bene.

Fuori c’è il sole e dentro scalpito come al solito. Si va a caccia.

Jordan mi prende “a voci” appena mi vede. Mentre fisso la tavola sopra la funerea Volvo gli replico con un freestyle, siamo in forma.

Gabriellone, Il Filosofo, ci aspetta così carichiamo tutto nel suo T4 Verde-Oro “California”.

E’ tornato, come il sottoscritto, dai piovosi lidi anglofoni, e tutti quelli che non si sono mai mossi e ancora gli domandano:”Ma sei pazzo, chi te l’ha fatto fare?”, dovrebbero vederlo ora alla guida della sua astronave.

Come fai a spiegare certe cose?

Il primo check è “Lu Bagnu” dove il mare è appena rigato. Non abbastanza per spingerci verso riva sulle galleggianti tavole. Poco male, l’atmosfera dentro il furgone è frizzante, tutti contribuiscono: io con le canzoncine, Gab con la guida senza fretta e, dietro di noi, scomodo ma contento l’ultimo tassello del trio  ci inonda di aneddoti che perlopiù ho mandato a memoria.

La Costa Nord si fa strada sotto le gomme ed il livello di parole per minuto è ancora alto. La Marinedda si fa trovare impreparata anche lei così proseguiamo, dopo la seconda colazione, verso Rena Majore.

Il sole attraverso i vetri ci scalda, i beat si modellano sul paesaggio che cambia.

Rena si apre all’improvviso, come sempre, alle nostre lenti colorate. Di onde, come di persone, non c’è traccia. Sole, vento e spiaggia intatta. Mani in tasca scendiamo a toccarla, si rallenta.

Manca Santa Teresa, e le sette chiese le abbiamo viste. Salutiamo così la placida Rena Bianca e i nostri propositi surfisti ma senza troppi patemi.

Entra in scena il Piano B: la Graticola. La serata scivola meglio di una sinistra glassy e anche il sole inizia a defilarsi. Si rientra perciò con le mute asciutte ma comunque  i muscoli fanno male, quelli della faccia per le risate.

E al tramonto, all’altezza di Monti Russu, su un rettilineo solitario, metto Tycho.

Nessuno parla più, abbiamo sempre gli occhiali da sole ma ora mi proteggono dall’imbarazzo, la testa gira, deglutisco appena, penso che tra poco sarò padre.

Come fai a spiegarglielo?

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La Scoperta 

4 Nov

    

 Nella vita di ogni Surfaro c’è una grande componente di scoperta, esplorazione e spesso improvvisazione. 

Sia sulla terra ferma che in acqua. 
Ci si organizza le uscite marittime ovvio e i “pacchi” non sono ben accetti diciamo. 

Si consulta ogni possibile sito meteo e ormai le chat in tempo reale sugli spot sono la norma. 
Agli inizi infatti credo di aver contribuito ai rubinetti d’oro di qualche arabo con le mie misere petro-lire per andare a caccia di marosi, seguendo perfino le indicazioni del televideo. 

Ma non era mai tempo perso, se ero da solo riflettevo e rallentavo, se in compagnia me la ridevo e non ci pensavo. 

In acqua poi non si contano le volte in cui il moto ondoso cambia e allora magari è meglio quell’altro picco che hai visto solo tu. 
Ancora meglio poi se hai il coraggio e il tempo di esplorare tratti di costa sconosciuti e imbatterti in onde mia viste prima. 

Ho avuto questa fortuna anche se il prezzo è stato la perforazione della membrana timpanica sinistra,poi cicatrizzatasi. 

Da poco invece sono stato “scoperto”. 

Da un coetaneo surfaro, della mia terra e che ora vive nientemeno che in Australia e si chiama Federico pure lui. 

Il nome del suo blog è SerendipitySurf

Bello.