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Giorni Selvatici

5 Feb

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Ho quasi finito “Il Libro”.

Credo che d’ora in poi il titolo sia  superfluo, quasi a banalizzare qualcosa che così prepotentemente ha tracciato una linea tra il prima e il dopo, almeno per la cultura dei Surfari.

Come un “Mercoledì da Leoni” ma fatto con una vita vera. Dove le parole, si sostituiscono alle immagini, sono ancora più potenti, e certe volte fanno posare il libro, per pensare.

Un’esistenza alla ricerca delle onde e di che cosa sei. In un’epoca dove la Surf-Exploration era all’inizio e il mondo nient’altro che un enorme “Point”. Tutto da scoprire.

Chi non l’avrebbe voluta vivere? Chi non avrebbe voluto scrivere:

“Le onde sono il campo da gioco.Il fine ultimo. Sono l’oggetto dei tuoi desideri e della tua profonda ammirazione. Allo stesso tempo anche il tuo avversario, la tua nemesi. L’onda è il rifugio, il tuo nascondiglio felice, ma anche un territorio selvaggio e ostile”

Infatti a volte il libro lo si chiude quasi con fastidio, per l’incredulità misto invidia nel sapere che William Finnegan ha battezzato posti che ora sono le destinazioni per migliaia di peones della tavola.

Nessuno pensa di esserlo. Neanche io.

Perché ci dice anche questo: non siete unici, io l’ho già fatto. Prima, meglio e dove tu, e  spostati da mezzo, probabilmente non arriverai mai. Una bella botta per un popolo di aspiranti maschi alpha.

Però, ora che ci penso, questa cosa l’ho provata e inseguita anche in altre situazioni. Parlo dell’armonia fra testa, corpo e spazio intorno.

Dimenticarsi del se, diventare azione e poi fermarla.

La finta dritta e cavazione con il fioretto, la sensazione del tiro in sospensione che entrerà a “ciuff”, il passante lungolinea a tutto braccio poco prima di scoccarlo, l’apice dello swing con il driver e la pallina che vola e curva dolcemente, il bottom con lo sguardo alto e la linea già tracciata sulla parete.

Te ne accorgi dopo che è successo.

Kurt Vonnegut ci raccomanda quanto sia importante fare caso a quando siamo felici. Mi sa che siamo da quelle parti.

Allora forse è per questo che ancora non l’ho terminato anche se ogni volta, prima di uscire, qualche pagina la butto giù, tipo incoraggiamento.

Non voglio sapere come finisce.

Voglio scoprire ancora onde, luoghi e persone che mi fanno fermare e pensare: si, sono felice.

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Padrini

16 Nov

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“Prepara i panini bastardo, tra dieci minuti ti voglio vedere giù.”

Il messaggino arriva puntuale prima della colazione, non ho niente in frigo e per il market sono ancora in pigiama. Inizio le procedure di controllo sacca e penso che delle paste andranno bene.

Fuori c’è il sole e dentro scalpito come al solito. Si va a caccia.

Jordan mi prende “a voci” appena mi vede. Mentre fisso la tavola sopra la funerea Volvo gli replico con un freestyle, siamo in forma.

Gabriellone, Il Filosofo, ci aspetta così carichiamo tutto nel suo T4 Verde-Oro “California”.

E’ tornato, come il sottoscritto, dai piovosi lidi anglofoni, e tutti quelli che non si sono mai mossi e ancora gli domandano:”Ma sei pazzo, chi te l’ha fatto fare?”, dovrebbero vederlo ora alla guida della sua astronave.

Come fai a spiegare certe cose?

Il primo check è “Lu Bagnu” dove il mare è appena rigato. Non abbastanza per spingerci verso riva sulle galleggianti tavole. Poco male, l’atmosfera dentro il furgone è frizzante, tutti contribuiscono: io con le canzoncine, Gab con la guida senza fretta e, dietro di noi, scomodo ma contento l’ultimo tassello del trio  ci inonda di aneddoti che perlopiù ho mandato a memoria.

La Costa Nord si fa strada sotto le gomme ed il livello di parole per minuto è ancora alto. La Marinedda si fa trovare impreparata anche lei così proseguiamo, dopo la seconda colazione, verso Rena Majore.

Il sole attraverso i vetri ci scalda, i beat si modellano sul paesaggio che cambia.

Rena si apre all’improvviso, come sempre, alle nostre lenti colorate. Di onde, come di persone, non c’è traccia. Sole, vento e spiaggia intatta. Mani in tasca scendiamo a toccarla, si rallenta.

Manca Santa Teresa, e le sette chiese le abbiamo viste. Salutiamo così la placida Rena Bianca e i nostri propositi surfisti ma senza troppi patemi.

Entra in scena il Piano B: la Graticola. La serata scivola meglio di una sinistra glassy e anche il sole inizia a defilarsi. Si rientra perciò con le mute asciutte ma comunque  i muscoli fanno male, quelli della faccia per le risate.

E al tramonto, all’altezza di Monti Russu, su un rettilineo solitario, metto Tycho.

Nessuno parla più, abbiamo sempre gli occhiali da sole ma ora mi proteggono dall’imbarazzo, la testa gira, deglutisco appena, penso che tra poco sarò padre.

Come fai a spiegarglielo?

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La Scoperta 

4 Nov

    

 Nella vita di ogni Surfaro c’è una grande componente di scoperta, esplorazione e spesso improvvisazione. 

Sia sulla terra ferma che in acqua. 
Ci si organizza le uscite marittime ovvio e i “pacchi” non sono ben accetti diciamo. 

Si consulta ogni possibile sito meteo e ormai le chat in tempo reale sugli spot sono la norma. 
Agli inizi infatti credo di aver contribuito ai rubinetti d’oro di qualche arabo con le mie misere petro-lire per andare a caccia di marosi, seguendo perfino le indicazioni del televideo. 

Ma non era mai tempo perso, se ero da solo riflettevo e rallentavo, se in compagnia me la ridevo e non ci pensavo. 

In acqua poi non si contano le volte in cui il moto ondoso cambia e allora magari è meglio quell’altro picco che hai visto solo tu. 
Ancora meglio poi se hai il coraggio e il tempo di esplorare tratti di costa sconosciuti e imbatterti in onde mia viste prima. 

Ho avuto questa fortuna anche se il prezzo è stato la perforazione della membrana timpanica sinistra,poi cicatrizzatasi. 

Da poco invece sono stato “scoperto”. 

Da un coetaneo surfaro, della mia terra e che ora vive nientemeno che in Australia e si chiama Federico pure lui. 

Il nome del suo blog è SerendipitySurf

Bello. 
  

Amici Mai

13 Lug

 

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Prima della Bandiera Blu.

Dell’impianto delle spine a ridosso del mare.

Delle torrette dei Bagnini con veranda.

Puerto, il nomignolo più usato dai surfisti, era già lì.

Questo mi rimbalzava in testa, mentre nuotavo verso Baratz con la musica nelle orecchie. Dieci anni dopo l’ultima “traversata-allenamento” della baia, la tecnologia regala questi sfizi. Quando passo alle secche con l’acqua di colore verde arriva poi Adele, “Skyfall“.

Mi immergo per toccare la sabbia e so che è un altro inizio, non la fine.

Arrivo alla Torre nord della baia ci sono pochi turisti e  un canotto giallo. Esco dall’acqua e inizio a correre piano  verso la postazione di salvataggio. Il passo è lento, più pesante, la bilancia purtroppo quando mi vede inizia a sudare. Lo sguardo, all’inizio basso per il dad-bod, lentamente inizia ad alzarsi.

Sono ancora qui.

Come gli altri del resto, quelli dei “Giorni Selvaggi“. Ce chi ha aperto la scuola di surf, chi a furia di inseguire l’estate ha un colore bronzeo che manco Bilba di Cadey, chi lavora in banca ma ha muta e tavola sempre in macchina. Chi grazie  alle onde è riuscito pure a dare lavoro agli altri.

Sono ancora tutti lì.

A parlare di mareggiate che devono “entrare”, ma questa volta alcuni tengono la mano alla figlia e non della turista pallida.

“Se pensi di essere tra Amici ti stai sbagliando”, uno dei dieci comandamenti del primo capanno sulle rocce, mi accompagna sulla salitella per la postazione. Era rivolto agli estranei.

Ma forse è vero anche per noi, con molti non saprei di cosa parlare escludendo lo scivolamento sull’acqua. E in effetti va bene così, un eterna estate che non conosce l’inverno delle preoccupazioni.

Salgo le scale, mi rimetto la maglietta rossa e il fischietto.

Certi luoghi fanno dei giri immensi e poi ritornano.

Biccio

Good Morning Sir

7 Nov

IMG_0065.JPG In livrea con papillon e mentre mi apre una porta girevole, non me lo aveva detto ancora nessuno.

Il trasloco a Garment District, dieci minuti da Times Square, un quarto d’ora dal Empire State Building, ha un certo perché.

Nonna Marcella diceva sempre:”Storta va e dritta venga” e questa 8th Avenue direi che da Columbus Circle fino Jackson Square non fa una piega. Quattro chilometri in tutto e dalla nostra magione cinque blocchi a sud c’è il Madison Square Garden mentre tre blocchi a nord, mi tremano i bit nel scriverlo, il “New York Times”.

L’affezionato lettore, Gianni Clerici docet, mi dovrà scusare e concedere una divagazione. Scuola Elementare di Via Savoia interno giorno, la maestra ci invita a commentare diversi giornali che ha portato in classe e fa notare come, la stessa notizia, sia impaginata in maniera diversa da un giornale all’altro e ciascuno di essi abbia caratteri di stampa diversi. Scopro le sottili differenze del “Quarto Potere”, mi piacciono e non mi fermo.

Quando aggiunto l’inglese alle mie battute, scopro la stampa anglosassone. Se è vero che il giornalismo italiano ha sempre quel dito che punta, quello di marca albionica cerca di fare il quadro generale, spiegare e possibilmente evitare la morale. Sei tu che devi tirare le somme, niente pappa pronta, il finale non è scritto e sei tu che devi arrivarci.

Un po’ come i settantamila di domenica a spasso per quarantadue chilometri della città. Il giorno dopo il NYT titolava,parafrasando i Beatles, “The Long Windy Roads” e, come ci hanno raccontato Jò, Paoligna, Grace e Franziska era perlopiù in faccia.

Sono arrivate in fondo anche loro, le abbiamo viste a Central Park e ci siamo emozionati insieme alle decine dì migliaia di persone ai bordi del percorso.

La sofferenza scritta sulla facce era pari solo alla voglia di arrivare e, anche solo camminando, nessuno si fermava. Molti avevano i nomi scritti sulle magliette e ancora la forza di ringraziare quando li incitavi.

I travestimenti poi non si contavano, c’era posto davvero per tutti.

Una volta arrivati l’ulteriore sfida era poi tornare a casa.

Claudicanti e con la coperta termica si aggiravano come reduci con in bella vista la medaglia guadagnata sul campo.

C’è più gusto quando le cose te le sudi e non devi abbassare la testa per ringraziare qualcun’altro.

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La Giostra

20 Ago

Cinquecento

 

 

“In trasferta i gol valgono doppio”

Riesco a pensare solo questo mentre l’aereo si stacca dall’aeroporto Costa Smeralda con direzione Napoli-Capodichino.

Non sono solo,ovvio.

La “Banda Barzotti” è praticamente al completo e con gli innesti di fuoriclasse quali Papiero, Capone e Gabriellone, il Mister “Picconi” ha l’onere di gestire un Dream-Cionfra-Team stellare.

Il primo passo sarebbe recuperare la macchina a nolo.

Cosa ci vuole direte voi?

Se poi hai prenotato via internet sei già un bullo di Guy Richie e assapori l’altrui affanno.

Peccato che il bancone dell’Avis abbia una discreta coda, un americano che ha cambiato idea e non capisce la nano-clausola , il caldo dei film di Verdone. Insomma siamo gli ultimi a sganciarci e la Volvo V70, dal cambio automatico e il di Massimino incerto piede, singhiozzante lascia il parcheggio.

Mentre sfrecciamo per recuperare l’ingiusto ritardo abbiamo tempo per anzianissime riflessioni sulla bellezza rispettivamente: degli Appennini, dell’asfalto autostradale, dell’organizzazione degli autogrill.

Ci tocca scaldare subito l’apparato digerente.La scaletta prevede infatti una festicciola a sorpresa nella magione della sposa, sita a Guardia dei Lombardi.

Quello che sembra un semplice aperitivo, con il prescelto vestito da Principe Azzurro-Mago Zurlì, in realtà diventa un festone dai cori e balli che arriva alle 2:00. Io e i più sobri ci interroghiamo se davvero i nostri eroi sono consci che l’indomani li attende l’altare.

Su tutto e tutti, il momento in cui il “Mister”, in pieno delirio alcolico, intona sottovoce e in crescendo un Osanna degno delle migliore vecchiette inginocchiate sulla panca. Zizza, Chiara e Claudia non si tengono e seguono a ruota il blasfemo intermezzo, timidamente scivolo indietro alla Moonwalker.

Arriva il Gran Giorno e allora: stira il vestito, annoda la cravatta, l’occhiale da sole c’è, cammina piano che il ciottolato è loffio, il telefono che fa le foto l’hai preso, che carina la piazzetta , lo sapevo che era una cosa chiccosa, dove sono gli altri, ma sono già al bar!?!

Il Trex è a mille, sembra che le emozioni siano sotto controllo di fronte alla chiesa, dispensa battute e foto spiritose, mentre io, nella mia muliebre attesa, ricordo giusto una gomena in gola.

Arriva Annalisa, ora si tirano fuori i fazzoletti e mai lacrime furono meglio spese. Sorride anche lei, si vede che se la sta godendo questa passeggiata verso il prete.
Quest’ultimo poi si mostra al passo con i tempi e nella predica cazzia le coppie Social Network/Messaggini/Whatsup dipendenti. Chapeaux!

Le risposte le sanno e con il bacio dell’anello, tanto cavaliere della tavola rotonda quello bravo però, inizia la discesa verso la “Gastronomia”.

La scelta di convolare nel pomeriggio apre freschi scenari per il dopocena, evitiamo così un classico dei matrimoni estivi:
-Bello questo vestito, cos’è?
-Un Triccia-Triccia

Descrivere le innumerevoli pietanze e prelibatezze sarebbe poi davvero improbo, il mio ricordo vaga  ancora per quella “grotta” di salumi e formaggi.
Una versione al colesterolo della casa di Hansel e Gretel in cui farei volentieri più di una notte insonne.

C’è davvero tutto, il Babbà gigante, i sigari già tagliati e il narghilè per i più estrosi.

Non resta che girare e ballare.
Come una giostra ma senza vertigini.
Quello che nel mio piccolo, vi auguro.

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Halloweek in Mamoiada

4 Nov

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L’idea è semplice.
Il luogo pure.
Giusto l’orario zoppica, il nostro cronico ritardo in criminosi frangenti ci donerebbe un abbronzatura a scacchi.

Mamoiada risplende e sembra pronta per l’arrivo degli sbranatori travestiti da turisti.
Dalla Callonia salgono Chiara e Alberto mentre dalla “terra degli impicca babbu” scendono Massimo, Letizia e la giovin Penny.
Dopo neanche tre rampe di scale e due rossi alla Cantina Puggioni iniziamo a pensare convulsamente e ad aprire bocca non solo per respirare.
“Io voglio mangiare Pane Frattau, Coccoi Prena e l’Asino!” sentenzia Chiara.
Lo sapevo, l’occasione di gustare la cucina sarda in formato Tapas è davvero , aiuto non posso resistere, ghiotta.
Massimo ci confida che il suo petto è bello aperto dalla fame, io annuisco serio e cerco sulla mappa il tragitto con più “cortes culinarie” possibili, Penny combatte lo stress ciucciando silenziosa dalla tetta.

Inizia la nostra Walking tutt’altro che Dead e, ignorando ogni artefatto o scultura non edibile, arriviamo al primo stop.

Come dicono i Radicali: chi ben comincia scassa meglio la M.
Frittelle di Asparagi e il “ricercato” Pane Frattau come antipasto rilasciano non solo la tensione muscolare ma anche il necessario buonumore per telefonare all’amico bidonaro e insultarlo come si conviene.

Proseguiamo annusando l’aria e come segugi staniamo dei “Maccarones al sugo di Cinghiale” e una “Pecora Bollita” nascosta ma non troppo.
Nel mentre la lingua assume tonalità rossiccie, sarà mica colpa del Cannonau?

Le gambe, curiose della discesa ma ricche di pregiudizi sulla salita, trasformano i gradini in panche e riescono nella dilatazione del Tempo.

Le chiacchiere si intrecciano come le campane sulla schiena dei mini-mamunthones e, vuoi il calar della sera, qualche brivido acciaioso mi sorprende.
È il momento di recuperare giacca e vigore, e complice una Coca-Cola, mi illudo di essere appena arrivato.
Ma la realtà è che siamo al dolce e la Sevada al miele suona come un gong.

Ci vorrebbe un digestivo.Si ma mica possiamo entrare banalmente in un bar.

“E se provassimo a chiedere a questo signore che vende vino a cinquanta (50) centesimi il bicchiere? Magari ha qualcosa….” mi sussurra Alberto tra la speranza e rassegnazione.

“Vai…” rispondo.
Chi sono io per tarpare i sogni in questi tempi bui?

Mi giro per vedere dove sono gli altri ed ecco che appare Lei.
Si era nascosta, forse per timidezza o troppo candore.
Dal profilo inconfondibile e di una purezza imbarazzante.

Signor Tonio la presenta come si faceva un tempo:”Ecco la mia Bambina”.
Mi avvicino, sorrido con le mani in tasca e zitto penso a quante volte non ho chiesto e quante cose in questo modo ho perso.

La guardo bene questa bottiglia di due litri di Acquavite, e poi arriva il suo odore e tutto il resto.

I balli in mezzo alla strada, le telefonate per recuperare chi si è perso, gli sguardi di chi è arrivato tardi.

Ah si poi troviamo anche l’Asinello, era in un vicolo dove un Deejay mandava musica dal primo piano di una casa e nell’altra finestra c’era pure l’animazione.

Altro che Ibiza o Miami.

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