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La Birretta

18 Giu

 

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“Adesso remate verso il largo, superate la camera e poi fermatevi all’altezza della roccia”.

Non capita spesso di ricevere “ordini” su dove andare quando sono sulla tavola, men che meno da un regista americano. Siamo una decina, due le ragazze, il resto è una selezione della usuale Lineup ma in teoria più fotogenica e disponibile a prestarsi ad un pomeriggio in quel di Porto.

Sono cordiali e molto professionali, walkie-talkie, pick up e telecamere che costano quando un appartamento intimoriscono anche il più navigato dei Locals, così alle 18 c’è il primo shot nella caletta piccola sulla punta nord, per gli amici Baratz.

Ci arrivo via terra e con me Gianfranco, Giacomo e le due ragazze: Flavia e Marta. Nella caletta per non sbagliare, spuntano i primi e fastidiosi Selfie in attesa di capire cosa fare. Poi via, il dito che indica e i nomi pronunciati con l’accento dello zio Sam, che dividono le prime linee dalle truppe.

Quattro “devono entrare” in acqua di gran corsa con la tavola sottobraccio. Gli altri di sfondo al largo in stile boe di segnalazione. Tutto questo per tre, quattro ciak così le battute, verso gli eletti, si fanno sempre più argute.

Per una volta le chiacchiere in acqua hanno un senso perché di onde manco l’ombra.

Magie del montaggio penso, e bravura nell’individuare le inquadrature giuste che fanno intuire senza mostrare.

David Holm viene da Seattle ha girato spot per la BMW, Nikon, Tesla , barba ma non troppa e se gli rivolgi la parola ti guarda in faccia e ascolta. In questa tre giorni nel Sandalo ha una bella sfida: nuovo smalto e coolness per la più amata e bevuta tra le bionde.

Sua maestà: l’Ichnusa.

Finito alla caletta si torna ad inizio baia. Il sole inizia ad abbassarsi e qui ci sono Steady-Splash-Nonsocosa-Cam che faranno andare questo tramonto lontano. Ma non ho voglia di togliermi la pelle di neoprene così non seguo il protocollo e torno via mare.

Mentre remo, sorrido e ho in testa “Kites” di Anis Khan. Mi godo il silenzio intorno e la spiaggia semiderta.

Maggio è uno dei mesi più belli per stare a Puerto. Del resto: “Poca gente, bella festa” diceva quello.

Adesso siamo sulla staccionata con le tavole e il sole alle spalle, dovrebbe essere un momento di cazzeggio. “Be Social” ci dicono. C’è chi fa le facce, chi non sa che faccia fare. Per non sbagliare sorrido da ebete.

“Comportatevi come al solito” provano a spiegare. “Meglio di no” replica Giovanni senza tutti i torti.

E ovviamente quando passa la Steady-Cam siamo leggiadri quanto un passo incrociato senza rotule su un longboard di marmo.

Manca il gran finale e per quello si va sul promontorio oltre la casa di Davide. Le ragazze e due ragazzi per gli sguardi sognanti verso l’infinito e oltre. Li vedo dal monitor sul carrello con la muta ancora addosso. “Questo sembra anche bono” scappa ad una della troupe, sorrido e minaccio di cantarmela. Ma penso ad Andy Warhol e in quarto d’ora mi passa.

Saranno tre, i secondi dedicati ai cavalieri delle onde, sui trenta d’ordinanza per il nuovo corso della Birretta di Assemini. Per me quasi venti, gli anni in cui gioco a scivolare sull’acqua, sugli oltre quaranta finora in dotazione.

Eccolo arriva anche il Tramonto.

A Chent’annos!

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Giorni Selvatici

5 Feb

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Ho quasi finito “Il Libro”.

Credo che d’ora in poi il titolo sia  superfluo, quasi a banalizzare qualcosa che così prepotentemente ha tracciato una linea tra il prima e il dopo, almeno per la cultura dei Surfari.

Come un “Mercoledì da Leoni” ma fatto con una vita vera. Dove le parole, si sostituiscono alle immagini, sono ancora più potenti, e certe volte fanno posare il libro, per pensare.

Un’esistenza alla ricerca delle onde e di che cosa sei. In un’epoca dove la Surf-Exploration era all’inizio e il mondo nient’altro che un enorme “Point”. Tutto da scoprire.

Chi non l’avrebbe voluta vivere? Chi non avrebbe voluto scrivere:

“Le onde sono il campo da gioco.Il fine ultimo. Sono l’oggetto dei tuoi desideri e della tua profonda ammirazione. Allo stesso tempo anche il tuo avversario, la tua nemesi. L’onda è il rifugio, il tuo nascondiglio felice, ma anche un territorio selvaggio e ostile”

Infatti a volte il libro lo si chiude quasi con fastidio, per l’incredulità misto invidia nel sapere che William Finnegan ha battezzato posti che ora sono le destinazioni per migliaia di peones della tavola.

Nessuno pensa di esserlo. Neanche io.

Perché ci dice anche questo: non siete unici, io l’ho già fatto. Prima, meglio e dove tu, e  spostati da mezzo, probabilmente non arriverai mai. Una bella botta per un popolo di aspiranti maschi alpha.

Però, ora che ci penso, questa cosa l’ho provata e inseguita anche in altre situazioni. Parlo dell’armonia fra testa, corpo e spazio intorno.

Dimenticarsi del se, diventare azione e poi fermarla.

La finta dritta e cavazione con il fioretto, la sensazione del tiro in sospensione che entrerà a “ciuff”, il passante lungolinea a tutto braccio poco prima di scoccarlo, l’apice dello swing con il driver e la pallina che vola e curva dolcemente, il bottom con lo sguardo alto e la linea già tracciata sulla parete.

Te ne accorgi dopo che è successo.

Kurt Vonnegut ci raccomanda quanto sia importante fare caso a quando siamo felici. Mi sa che siamo da quelle parti.

Allora forse è per questo che ancora non l’ho terminato anche se ogni volta, prima di uscire, qualche pagina la butto giù, tipo incoraggiamento.

Non voglio sapere come finisce.

Voglio scoprire ancora onde, luoghi e persone che mi fanno fermare e pensare: si, sono felice.

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Padrini

16 Nov

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“Prepara i panini bastardo, tra dieci minuti ti voglio vedere giù.”

Il messaggino arriva puntuale prima della colazione, non ho niente in frigo e per il market sono ancora in pigiama. Inizio le procedure di controllo sacca e penso che delle paste andranno bene.

Fuori c’è il sole e dentro scalpito come al solito. Si va a caccia.

Jordan mi prende “a voci” appena mi vede. Mentre fisso la tavola sopra la funerea Volvo gli replico con un freestyle, siamo in forma.

Gabriellone, Il Filosofo, ci aspetta così carichiamo tutto nel suo T4 Verde-Oro “California”.

E’ tornato, come il sottoscritto, dai piovosi lidi anglofoni, e tutti quelli che non si sono mai mossi e ancora gli domandano:”Ma sei pazzo, chi te l’ha fatto fare?”, dovrebbero vederlo ora alla guida della sua astronave.

Come fai a spiegare certe cose?

Il primo check è “Lu Bagnu” dove il mare è appena rigato. Non abbastanza per spingerci verso riva sulle galleggianti tavole. Poco male, l’atmosfera dentro il furgone è frizzante, tutti contribuiscono: io con le canzoncine, Gab con la guida senza fretta e, dietro di noi, scomodo ma contento l’ultimo tassello del trio  ci inonda di aneddoti che perlopiù ho mandato a memoria.

La Costa Nord si fa strada sotto le gomme ed il livello di parole per minuto è ancora alto. La Marinedda si fa trovare impreparata anche lei così proseguiamo, dopo la seconda colazione, verso Rena Majore.

Il sole attraverso i vetri ci scalda, i beat si modellano sul paesaggio che cambia.

Rena si apre all’improvviso, come sempre, alle nostre lenti colorate. Di onde, come di persone, non c’è traccia. Sole, vento e spiaggia intatta. Mani in tasca scendiamo a toccarla, si rallenta.

Manca Santa Teresa, e le sette chiese le abbiamo viste. Salutiamo così la placida Rena Bianca e i nostri propositi surfisti ma senza troppi patemi.

Entra in scena il Piano B: la Graticola. La serata scivola meglio di una sinistra glassy e anche il sole inizia a defilarsi. Si rientra perciò con le mute asciutte ma comunque  i muscoli fanno male, quelli della faccia per le risate.

E al tramonto, all’altezza di Monti Russu, su un rettilineo solitario, metto Tycho.

Nessuno parla più, abbiamo sempre gli occhiali da sole ma ora mi proteggono dall’imbarazzo, la testa gira, deglutisco appena, penso che tra poco sarò padre.

Come fai a spiegarglielo?

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La Scoperta 

4 Nov

    

 Nella vita di ogni Surfaro c’è una grande componente di scoperta, esplorazione e spesso improvvisazione. 

Sia sulla terra ferma che in acqua. 
Ci si organizza le uscite marittime ovvio e i “pacchi” non sono ben accetti diciamo. 

Si consulta ogni possibile sito meteo e ormai le chat in tempo reale sugli spot sono la norma. 
Agli inizi infatti credo di aver contribuito ai rubinetti d’oro di qualche arabo con le mie misere petro-lire per andare a caccia di marosi, seguendo perfino le indicazioni del televideo. 

Ma non era mai tempo perso, se ero da solo riflettevo e rallentavo, se in compagnia me la ridevo e non ci pensavo. 

In acqua poi non si contano le volte in cui il moto ondoso cambia e allora magari è meglio quell’altro picco che hai visto solo tu. 
Ancora meglio poi se hai il coraggio e il tempo di esplorare tratti di costa sconosciuti e imbatterti in onde mia viste prima. 

Ho avuto questa fortuna anche se il prezzo è stato la perforazione della membrana timpanica sinistra,poi cicatrizzatasi. 

Da poco invece sono stato “scoperto”. 

Da un coetaneo surfaro, della mia terra e che ora vive nientemeno che in Australia e si chiama Federico pure lui. 

Il nome del suo blog è SerendipitySurf

Bello. 
  

Amici Mai

13 Lug

 

Bagnino 10

Prima della Bandiera Blu.

Dell’impianto delle spine a ridosso del mare.

Delle torrette dei Bagnini con veranda.

Puerto, il nomignolo più usato dai surfisti, era già lì.

Questo mi rimbalzava in testa, mentre nuotavo verso Baratz con la musica nelle orecchie. Dieci anni dopo l’ultima “traversata-allenamento” della baia, la tecnologia regala questi sfizi. Quando passo alle secche con l’acqua di colore verde arriva poi Adele, “Skyfall“.

Mi immergo per toccare la sabbia e so che è un altro inizio, non la fine.

Arrivo alla Torre nord della baia ci sono pochi turisti e  un canotto giallo. Esco dall’acqua e inizio a correre piano  verso la postazione di salvataggio. Il passo è lento, più pesante, la bilancia purtroppo quando mi vede inizia a sudare. Lo sguardo, all’inizio basso per il dad-bod, lentamente inizia ad alzarsi.

Sono ancora qui.

Come gli altri del resto, quelli dei “Giorni Selvaggi“. Ce chi ha aperto la scuola di surf, chi a furia di inseguire l’estate ha un colore bronzeo che manco Bilba di Cadey, chi lavora in banca ma ha muta e tavola sempre in macchina. Chi grazie  alle onde è riuscito pure a dare lavoro agli altri.

Sono ancora tutti lì.

A parlare di mareggiate che devono “entrare”, ma questa volta alcuni tengono la mano alla figlia e non della turista pallida.

“Se pensi di essere tra Amici ti stai sbagliando”, uno dei dieci comandamenti del primo capanno sulle rocce, mi accompagna sulla salitella per la postazione. Era rivolto agli estranei.

Ma forse è vero anche per noi, con molti non saprei di cosa parlare escludendo lo scivolamento sull’acqua. E in effetti va bene così, un eterna estate che non conosce l’inverno delle preoccupazioni.

Salgo le scale, mi rimetto la maglietta rossa e il fischietto.

Certi luoghi fanno dei giri immensi e poi ritornano.

Biccio

Il Capanno

1 Set

 

The Sentinel

C’è un tempo in cui quello che hai intorno e non conosci ti spaventa.
Rimani nel confine, ti obbligano a non allontanarti ed è giusto così.
Ti fidi di quello che ti dicono gli altri, i “grandi”, quelli che sanno le cose.
Poi capisci che tutto quello che dici non è sempre divertente, che anche loro hanno domande senza risposta e non c’è una strada sola.

A Porto Ferro esisteva un Capanno.
Quattro pali, un canneto, un tavolaccio di assi rubate chissà dove e una panca che guardava la baia.
Una casa per ragazzini cresciuti che non si danno appuntamenti ma si ritrovano quando il mare è rigato.

Lì intorno gli argomenti erano: come sono le onde, chi c’era in acqua, dove sono le onde migliori, come erano le onde prima che tu arrivassi.
Perché, non si sa come, ma prima son sempre meglio.
Un perenne sabato che diventa domenica non appena scendi dalla macchina.
Che poi magari aspetti che il mare migliori, il vento cali, la gente in acqua si stanchi.
E lì sei fottuto perché il più delle volte non cambia niente e ci rimani intorno al tavolo.

Allora ascolti le storie di quelli che sono andati in Marocco e son rimasti più del previsto, quelli che hanno in cantina più tavole hawaiane che bottiglie di vino, quelli che le onde le prendono, le fermano e poi le dipingono.
Quelli che, quando eri ancora con i tuoi amici buttato sui muretti, avevano già i visti sul passaporto.

Una giornata di piatta era spuntato addirittura un decalogo.
Queste leggi partorite dalla noia ed il caldo le avevamo incise sui pali.
Come dei regnanti, obbligavamo chiunque venisse a portare cibo, donne e quant’altro.
Non si sa bene in cambio di cosa, forse un assaggio di quello che per noi era il Paradiso.

Qualcuno d’estate li intorno ci viveva: tenda, tavola, muta, il cane e via.
Se il mare era calmo prendeva pesci, altrimenti onde.

“Se pensi di essere tra amici ti stai sbagliando” l’ho ancora impressa in testa.
Era una di quelle “leggi” che più amavamo declamare con i fighetti estivi.
Del resto la Baia era nostra in virtù dei giorni spesi e freddo preso.
Quando non c’erano i furgoni e perlopiù ti cambiavi e masticavi al vento.

Ancora adesso penso a quel Capanno.

A come abbia dato un senso ai giorni a volte piatti altre vorticosi.

A come sia riuscito a farmi allontanare stando fermo.

E come gli amori estivi, sia arrivato e poi finito.

 

mare 4

“Il Temerario” di Vincenzo Ganadu

Posto Ponte

5 Ago

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“-Dai che qui va bene…
-Ma non lo vedi che siamo attaccati al bar?
-Ok, basta che non finiamo a fianco ai cessi come l’altra volta…”

A Porto Torres c’è un traghetto il cui nome starebbe bene in una fiction, Grimaldi, ma le tasche son da reality e le cabine le usiamo al massimo per telefonare e rassicurare che siamo ancora a piede libero.
Sarà la schiena a pagare il conto di questa sbandierata gioventù, per me il sacco a pelo serve solo a riconoscere i mortali dai sognanti.
“Allora io guido fino a mezzogiorno e poi vi arrangiate” dice Jordan.

Annuiamo quasi seri, fino a Marsiglia sono 18 ore e buttati in terra le polemiche non vanno d’accordo con il beccheggio e infatti le bibite, preparate a casa, hanno tutte un certo grado alcolico dato che non abbiamo mai creduto alle virtù del TravelGum.
Per la mia generazione viaggiare prima di internet forse è stato come il sesso prima del AIDS: libero a tratti sconosciuto, spesso rischioso e forse per questo più esaltante e mitizzato.

Il bastimento attracca e, mentre Kenzo con la sua Golf bianca e gli immancabili occhiali neri ci trasborda nella terra delle brioche, riprende la girandola di cazzate.
È incredibile come quattro maschi in età fertile possano andare avanti per giorni senza dire praticamente nulla di sensato e ridere di ogni cosa entri nel loro campo visivo.
Noi abbiamo talento tant’è che mi fanno male i muscoli dietro il collo e chiedo pietà, inutilmente.

Quando la strada si srotola così bene fermarsi è un peccato ma i reni ancora funzionano e poco prima di Perpignan facciamo una pausa trés chic : un area di parcheggio priva di bar.
Non siamo i soli ad avere questa necessità e un piccolo Van, con più tavole da surf di molti miei amici messi insieme, quasi si affianca e ci supera.

Il viaggiatore Sassarese in questi casi poi emerge prepotente e gratuito: iniziamo a farli a pezzi mentre addentiamo, tipo Obelix, le spappolate spianate.
Ma poco prima di ripartire uno dei ragazzi biondicci si avvicina.
La durezza del nostro linguaggio corporeo non lo intimidisce e anzi con un sorriso si presenta e prova a stringerci la mano.
Non capiamo bene quello che dice ma ad un certo punto tira fuori qualcosa di familiare.
Inspiegabilmente le nostre posture diventano più accomodanti e sembra che Babilonia non sia mai esistita.
Ci spiega che purtroppo si deve disfare dei resti di una pianta che tanto amorevolmente ha coltivato e ci chiede un offerta perché ha quasi finito la benzina per tornare a casa.
Non possiamo far finta di nulla, Dolce Remì ha segnato la nostra infanzia, lo spirito di fratellanza ci travolge.
I saluti sono affettuosi e gli abbracci sinceri, frizzanti proseguiamo la marcia incuranti della dogana.

Ma ecco che il genio ci attraversa la mente e, dato che gli aromi presenti mal si coniugano con la frontiera, perché non recarci in un bel Supermarché e farci delle sostanziose baguette al Camembert?

Eccoci qui, quattro filoni di pane che sanno di puzza di piedi pronti per essere addentanti al cospetto delle autorità.

Ci fermano, ci fanno scendere, controllano l’auto, se ne fregano delle baguette, ripartiamo, Point Break ci fa un baffo.

Poi i ricordi iniziano ad essere confusi grazie ai doni ricevuti.

Arriviamo a San Sebastian col tramonto: sleghiamo le tavole e ci buttiamo in acqua in un secondo.

L’Oceano Atlantico ci prende a schiaffi e io, sott’acqua, ringrazio.

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